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L’IMPERO DEI FALSI
In Cina le fabbriche copiano di tutto: moto, medicine, orologi. Per i paesi industrializzati è un danno. Per i consumatori cinesi è la salvezza. TED C. FISHMAN, THE NEW YORK TIMES MAGAZINE, STATI UNITI Ted C. Fishman ha scritto China inc.: how the rise of the next superpower challenges America and the world, che sarà pubblicato il prossimo mese da Scribner e da cui è stato tratto questo articolo. In Cina la maggior parte delle farmacie che vendono medicine occidentali ha un'aria antiquata e rassicurante. Alle pareti non ci sono pubblicità. Non vendono caramelle. Non sviluppano fotografie, come nei paesi anglosassoni. I farmacisti indossano lunghi camici bianchi e cuffie da chirurgo che sembrano uscite dalla seconda guerra mondiale. Per le medicine più forti, alcune farmacie richiedono una ricetta, in altre basta una chiacchierata con il farmacista. Per ordinare un farmaco servono montagne di pezzi di carta che passano tra le mani di tre o quattro persone prima di arrivare al cassiere, che alla fine emette una solenne ricevuta scritta. Una scena simile potrebbe farci dire che la Cina è arretrata rispetto agli Stati Uniti e ad altri paesi industrializzati, dove la scienza e il marketing sembrano più moderni. Ma oggi le farmacie rappresentano anche il campo di battaglia di uno degli scontri più importanti tra il mondo industrializzato e la potenza economica cinese. È lo scontro sulla proprietà intellettuale e i relativi investimenti, che sono necessari allo sviluppo dell'economia della conoscenza. In questo nuovo mondo, ancora abbastanza indefinito, sono le idee migliori - e non la manodopera più veloce ed economica - a creare benessere e posti di lavoro. Malgrado l'apparenza, nelle farmacie cinesi si possono trovare le imitazioni di alcuni dei farmaci che producono i profitti più alti del mondo. Sono prodotti brevettati, che negli Stati Uniti, in Europa e in Giappone generano un mercato di centinaia di miliardi di dollari. In Cina anche i farmaci più recenti costano cifre irrisorie (spesso meno del 10 per cento) rispetto agli originali venduti negli Stati Uniti. Le società straniere stanno perdendo il controllo dei loro prodotti per due motivi: i contraffattori che li copiano e li vendono con nomi diversi o leggermente alterati, e per colpa dei pirati che ne producono le imitazioni e cercano di spacciarle come originali. Secondo il ministero del commercio degli Stati Uniti, le società americane perdono ogni anno tra i 20 e i 24 miliardi di dollari a causa della contraffazione e della pirateria. I giapponesi addirittura 34 miliardi. Se si aggiunge anche l'Unione europea il danno totale è di 80 miliardi di dollari.
Massima priorità Per l'America e le altre economie industrializzate le perdite sono già alte. Ma se la Cina continuerà a impadronirsi dei prodotti e delle tecnologie più avanzate del mondo e a disseminarli sui mercati, il danno non sarà solo economico. La pirateria e le contraffazioni cinesi potrebbero cambiare radicalmente il modo di creare e vendere i prodotti d'intrattenimento, l'abbigliamento, le medicine e i servizi. Le aziende, grandi e piccole, per cui lavorano gli americani potrebbero indebolirsi. Le produzioni cinesi potrebbero far abbassare i prezzi, mettendo in difficoltà le società che oggi controllano il mercato di beni essenziali ma costosi come farmaci e software. Oppure, se la Cina dicesse no alla richiesta americana di rispettare i diritti d'autore, potrebbe scoppiare una guerra commerciale che farebbe salire i prezzi. Un funzionario di un consolato americano in Cina - che ha chiesto l'anonimato - mi ha detto: "Nella nostra politica commerciale la lotta per proteggere la proprietà intellettuale americana ha la massima priorità. Per noi è un impegno importante quanto la guerra contro le armi di distruzione di massa". L'analogia non è esagerata. Come nel caso delle bombe, se si perde il controllo della proprietà intellettuale il rischio è che i nuovi "proprietari" mettano sul mercato le innovazioni statunitensi, infliggendo agli Usa un grave danno economico. Per gli Stati Uniti - i più importanti produttori ed esportatori di innovazioni, prodotti d'intrattenimento e marchi depositati - la posta in gioco è più alta che per gli altri paesi. William H. Lash III, il funzionario del dipartimento del commercio che coordina una nuova strategia per costringere la Cina a modificare le sue politiche, assicura che l'amministrazione Bush prenderà "tutti i provvedimenti necessari". Per le imprese straniere la Cina è pericolosa perché è una rivale potenziale - dato che le sue leggi sulla proprietà intellettuale limitano le prospettive di vendita degli stranieri nel paese e indeboliscono la competitività globale - e al tempo stesso un rifugio per pirati e contraffattori.
Procedimento inverso Prendiamo per esempio il danno che possono causare i farmaci copiati. Che siano ben fatti o no, mettono fuori mercato gli originali. Secondo la stessa stampa governativa cinese, migliaia di persone sono morte a causa di farmaci copiati perché erano tossici o non contenevano i princìpi attivi dichiarati. Le case farmaceutiche denunciano sempre più spesso l'introduzione di medicine contraffatte nella catena di distribuzione ufficiale. John Theriault, che lavora per l'Fbi da 26 anni e attualmente è tra i coordinatori della campagna anticontraffazioni per conto della Pfizer, afferma che lavorando con le autorità cinesi la società è riuscita a "sequestrare milioni di scatole di farmaci contraffatti e tonnellate di composti" usati per fabbricarli. Nei casi peggiori i falsi sono mescolati con i prodotti originali. "Possono esserci due pillole fasulle mischiate con 28 buone", aggiunge (nel maggio del 2003 sono stati ritirati 200mila flaconi contraffatti di Lipitor, un farmaco contro il colesterolo, che erano stati venduti nelle farmacie degli Stati Uniti). I falsi "possono rovinare un marchio e far fallire un'azienda", spiega Theriault. Ma se le cattive imitazioni sono un problema, quelle buone potrebbero esserlo anche di più. Il caso della Pfizer è anche un ottimo esempio del pericolo che minaccia le società americane basate sull'economia che deriva dalla conoscenza presenti in Cina: le norme che regolano la proprietà intellettuale nel paese asiatico. Per entrare nell’Organizzazione mondiale del commercio, Pechino ha dovuto adottare standard più vicini alle norme internazionali sul rispetto dei brevetti. Ma nel caso dei farmaci già in produzione prima di quella data, la fabbricazione prosegue senza pagare i diritti alle società occidentali. Tuttavia le società cinesi, che spesso sono statali, continuano a usare il metodo del reverse engineering: partendo dai composti noti si risale al processo che consente di copiare i farmaci senza pagare nulla ai detentori dei brevetti. Poi le case farmaceutiche cinesi corrono a depositare le copie prima che i detentori stranieri del brevetto affermino i loro diritti. È accaduto con il Viagra, che ha diverse imitazioni: le autorità del paese hanno negato i diritti di brevetto alla ditta che l'ha inventato e hanno aperto il mercato alle copie cinesi. La Cina cerca di abbassare il prezzo dei farmaci per metterli alla portata dei suoi cittadini, che in media guadagnano un quarantesimo degli americani e raramente hanno un'assicurazione sulla salute. La strategia spesso funziona: per evitare che siano immessi sul mercato dei falsi, il governo abbassa il prezzo dei farmaci brevettati. Molte delle medicine più importanti costano meno in Cina che in qualsiasi altro paese del mondo. Il prezzo dei farmaci senza brevetto - perché è scaduto o perché paesi come l'India e la Cina non lo riconoscono - può scendere anche più del 90 per cento. Non è difficile capire il rischio per gli interessi americani. Secondo il Milken institute, l'industria farmaceutica impiega 400mila americani, crea un indotto di altri 2,7 milioni di posti di lavoro e contribuisce con 172 miliardi di dollari all'economia americana. Nel 2003 l'industria ha investito 33,2 miliardi di dollari nella ricerca sui farmaci. Senza contare i 30 miliardi spesi per le scienze della vita dai National institutes of health, l'organismo statale che finanzia le ricerche per la realizzazione di farmaci da banco. Colpendo l'industria farmaceutica, s'indebolisce uno dei pilastri dell'economia americana. E il caso del Viagra dimostra la vulnerabilità dell'economia della conoscenza americana in un mondo in cui le idee "protette" dalle leggi circolano comunque liberamente. I farmaci di successo, i software o i nuovi microcircuti integrati sono nati quasi sempre grazie a una struttura pubblica che ha investito grosse somme di denaro e i migliori talenti del paese per la loro creazione. Quali sono i migliori prodotti dell'industria statunitense? Film, programmi televisivi seguiti da Helsinki a Città del Capo, e stelle del pop. Gli Stati Uniti brevettano il software per il funzionamento dei grandi supermercati e dei produttori di alta tecnologia di tutto il mondo. Progettano motori innovativi e hardware. Creano marchi, immagini aziendali e mode. Inventano nuovi sistemi per far circolare il denaro e investirlo. Trasformano i compiti più semplici in sapere complesso. Per esempio, le case editrici si affidano quasi completamente agli strumenti di stampa, design, gestione e spedizione più moderni, per fare arrivare i prodotti nel più breve tempo possibile ai consumatori. Quindi dipendono dalle innovazioni tecnologiche quanto i laboratori di biotecnologia. E quei 2,8 milioni di operai americani che negli ultimi anni hanno perso il lavoro? Non imparano a usare i nuovi strumenti: seguono corsi di formazione davanti a un computer per imparare a gestire i robot che faranno il loro lavoro.
Giro di vite Il problema è che i migliori prodotti americani sono impalpabili e difficili da controllare. I codici dei software, le formule farmaceutiche, il design delle automobili, i file digitali dei film non pesano nulla e possono viaggiare facilmente come allegati di un'email. Conoscere le idee e le procedure americane equivale a possederle (a meno che, naturalmente, non ci siano delle leggi che riescano a impedirlo). Invece, la maggior parte dei prodotti cinesi immessi sul mercato mondiale è concreta. Per esempio il 90 per cento del software nei computer cinesi arriva da copie pirata vendute regolarmente nei negozi a tre dollari. Ma se gli americani volessero fare altrettanto dovrebbero usare l'esercito e requisire tutte le fabbriche e arrestare gli operai cinesi. I paesi occidentali e il Giappone ci hanno già provato, rispettivamente, a metà ottocento e nel novecento, e non vogliono ripetere l'esperienza. Ma in un certo senso la Cina potrebbe colonizzare il mondo industrializzato semplicemente osservandone con cura i prodotti e continuando sulla sua strada per quello che riguarda la protezione della proprietà intellettuale. Se si dovesse giudicare l'impegno della Cina contro la pirateria commerciale in base alle sue leggi, il governo cinese sembra severo come gli altri. Negli ultimi anni Pechino ha cercato di far vedere che stava dando un giro di vite. Sui giornali e nei programmi di attualità si vedono sempre servizi sui raid delle forze dell'ordine nelle grandi fabbriche specializzate in contraffazioni. Sequestrano centinaia di migliaia di dvd e di masterizzatori, chiudono un deposito di cd o fermano camion pieni d'imitazioni di borse firmate. A dicembre è stata approvata la legge che permette ai giudici d'infliggere ai colpevoli di contraffazione e pirateria pene fino a sette anni di carcere; in precedenza le sanzioni erano solo amministrative. Ma è improbabile che la nuova legge sia applicata. E l'arresto di qualcuno potrebbe addirittura favorire l'economia delle imitazioni: per esempio, poco prima di Natale la Sony ha annunciato i risultati di un'indagine condotta nelle fabbriche cinesi che sfornavano ogni giorno 50mila imitazioni di console e accessori della Playstation 2. Ha scoperto che un container pieno di pezzi falsi si era fermato alla prigione di Shenzhen giusto il tempo che serviva ai detenuti per assemblarli. Gli stessi cinesi danno per scontato che dietro il commercio di merci contraffatte e la pirateria ci sono grossi interessi governativi. Quello che agli stranieri può sembrare un intervento deciso contro la pirateria, agli occhi dei cinesi è come un massacro di San Valentino, in cui un produttore più potente usa la copertura della polizia per eliminarne uno più debole. Man mano che aumentano le leggi, aumentano le imitazioni e la loro qualità. Non si vendono più sulle bancarelle ma nei negozi delle strade principali. Vicino al quartiere diplomatico di Pechino, due mercati all'aperto che un tempo erano famosi per la vendita di false griffe sono stati fusi in un grande magazzino pieno di luci e scale mobili. Lì si possono trovare sarti e uomini d'affari, società di spedizioni internazionali e collezioni complete di articoli di moda, oggetti di design per la casa, strumenti musicali di marca e, naturalmente, migliaia di falsi orologi svizzeri. La punizione più comune che subiscono i contraffattori è la confisca dei prodotti che hanno in magazzino. A volte ricevono una piccola multa. Nel 2003 l'Ufficio nazionale dei brevetti cinese si vanta di aver compiuto 52 incursioni nei negozi di materiale video, ma l'ammontare complessivo delle multe è stato di 6.900 dollari, in media 132 dollari per trasgressore. Il permissivismo della Cina in materia di difesa dei diritti d'autore consente al paese di attuare la politica di panem et circenses. Andrew Mertha, un esperto di scienze politiche dell'università di Washington che ha collaborato con le autorità cinesi e americane per formulare la legge cinese sulla proprietà intellettuale, si domanda: "Se voi foste la classe dirigente cinese, vorreste che la gente oziasse per le strade lamentandosi, o preferireste che restasse a casa a vedere i film di Hollywood ?". In altre parole, il governo non ha fretta di colpire la pirateria dei prodotti d'intrattenimento perché risolvono un problema sociale. Ma se gli ambulanti vendessero dvd che promuovono l’indipendenza del Tibet o esaltano la setta Falun Gong il mercato dei dvd si ridurrebbe da un giorno all'altro e sarebbero applicate tutte le leggi anticontraffazione che esistono sulla carta. Quando il nuovo gioco online della Sega Football manager 2005 ha osato immaginare che le squadre di calcio di Hong Kong, di Taiwan e del Tibet potessero essere gestite a livello locale piuttosto che dal governo centrale, il ministero della cultura cinese l'ha vietato perché "danneggia la sovranità e l'integrità territoriale del paese". E le multe hanno raggiunto i 3.600 dollari. Il fatto che, per il momento, la maggior parte dei prodotti contraffatti è venduta sul mercato nazionale garantisce ai cinesi anche "il pane". Spesso, come nel caso delle medicine e delle apparecchiature mediche, di alcuni alimenti, dei libri scolastici e dell'abbigliamento, i prodotti contraffatti sono beni di prima necessità. Perciò, qualsiasi tentativo del governo di fermarne la produzione è essenzialmente una tassa imposta ai consumatori più poveri. I contraffattori e i pirati tornano utili al paese anche perché rubano la tecnologia straniera che serve alla Cina per raggiungere i suoi ambiziosi obiettivi industriali. Nel 2005 molto probabilmente questo paese diventerà la terza potenza commerciale del mondo. I contraffattori assicurano a un numero crescente di società cinesi i mezzi per competere con le loro concorrenti straniere. In un contesto geopolitico più ampio, i falsari cinesi negano alle economie più avanzate del mondo, soprattutto agli Statj Uniti e al Giappone, la possibilità di vendere alla Cina gli oggetti di marca, le nuove tecnologie e le forme di intrattenimento popolare che i cinesi desiderano, ma non sono in grado di produrre da soli. "La Cina distribuisce tecnologie che sono state già pagate dal mondo industrializzato, spesso dalle società private, ma anche dai contribuenti che finanziano i laboratori di ricerca statali dove nascono i prodotti più importanti della tecnologia industriale", dice Oded Shenkar, docente di economia dell'Ohio state university e autore del recente The chinese century (Il secolo cinese). "E se lo vediamo come un sussidio, è particolarmente conveniente per il governo cinese, perché non gli costa nulla".
UNIONE EUROPEA Paesi di provenienza dei prodotti contraffatti (in percentuale nell'Unione europea, 2003)
THAILANDIA 36,76 CINA 15,21 MALESIA 7,37 HONG KONG 5,37 TURCHIA 4,36 PAKISTAN 3,71 BELGIO 2,28 ALTRI 29,94 Fonte: Unione europea La visita dei ficcanaso In generale la Cina non teme ripercussioni perché le dimensioni e le potenzialità dei suoi mercati le assicurano (per ora) la possibilità di attirare le tecnologie più avanzate. Per esempio, per anni la Cina ha ventilato ai governi stranieri la prospettiva dell'apertura di grandi cantieri nel settore dei trasporti per ottenere finanziamenti e tecnologia. Quando Pechino ha annunciato che voleva prendere in considerazione i treni veloci a levitazione magnetica (maglev), in Germania e in Giappone i governi e le società private hanno collaborato per vincere gli eventuali appalti. Due giganti dell'industria tedesca come la ThyssenKrupp e la Siemens si sono alleati per costruire a Shanghai una linea a levitazione magnetica di quasi trenta chilometri e dimostrare che erano all'altezza del compito. La linea ha cominciato a funzionare l'anno scorso mentre girava voce che la Cina non sapesse ancora quale tecnologia scegliere. A dicembre alcuni operai della fabbrica tedesca hanno ripreso degli ingegneri cinesi che alle tre di notte di un sabato curiosavano nel deposito per la manutenzione del treno a levitazione magnetica di Shanghai, alla ricerca di informazioni riservate. Il dirigente della fabbrica cinese partner di quella tedesca ha scusato goffamente i ficcanaso dicendo che stavano partecipando a un'esercitazione di "ricerca e sviluppo". Lo stesso mese, Pechino ha dichiarato che per risparmiare avrebbe evitato di adottare progetti stranieri per la costruzione dei treni e avrebbe invece usato le recenti scoperte nazionali in materia di levitazione magnetica. Tra non molto la Cina potrebbe esportare treni a levitazione magnetica a metà del prezzo di quelli tedeschi o giapponesi. Il modo più generoso e ottimistico di giudicare il comportamento della Cina è di dire che si tratta di una fase di passaggio, e non insolita per un paese nella fase iniziale del proprio sviluppo. Un tempo anche le potenze europee hanno fatto di tutto per rubarsi a vicenda (e trapiantare) i prodotti più importanti su cui avevano acquisito i diritti, come l'oro mesoamericano, la gomma brasiliana e i chiodi di garofano indonesiani. Le ceramiche bianche e azzurre di Delft erano il tentativo degli olandesi di copiare le porcellane cinesi. All'alba della rivoluzione industriale le società americane pagavano spie per rubare i progetti delle macchine inglesi. Gli impresari teatrali americani mettevano regolarmente in scena opere straniere senza alcuna autorizzazione; le case editrici vendevano edizioni di romanzi inglesi non autorizzate. Nel secondo dopoguerra, all'inizio della sua industrializzazione, Taiwan ha aggirato molti brevetti e diritti d'autore. E nel sudest asiatico, in America Latina, in Africa e nell'ex Unione Sovietica ci sono ancora paesi che operano al di fuori delle norme che difendono la proprietà intellettuale nel mondo sviluppato. Tuttavia nessuna di queste violazioni, passate o presenti, è paragonabile a quello che potrebbe fare la Cina per cambiare le regole dell'economia mondiale attraverso la pirateria e la contraffazione.
L’esempio delle moto Forse il Brasile o il Vietnam sono permissivi come la Cina in materia di imitazioni, ma non hanno le infrastrutture industriali né gli scienziati e gli ingegneri in grado di copiare, per esempio, farmaci o mezzi di locomozione. La Cina, invece, ha le competenze e le infrastrutture necessarie per ricostruire i processi e produrre quasi tutto. E ha un mercato abbastanza ampio da sostenere l'impresa. Un buon esempio è l'industria motociclistica. La Honda è entrata in Cina negli anni ottanta conquistando un quinto del mercato. Ma poi sono comparse le più economiche imitazioni cinesi, e il mercato della Honda si è immediatamente dimezzato. La società ha scoperto che per restare nel paese avrebbe dovuto entrare in società proprio con quelle industrie che copiavano le sue moto. Adesso, con circa un centinaio di costruttori, la Cina è diventata il maggior produttore di motociclette del mondo, e sforna 15 milioni di veicoli l'anno (metà di quelli venduti in tutto il mondo). Eppure continua a copiare. Il governo giapponese calcola che su 22 milioni di motocicli fabbricati in Cina nel 2002, nove erano imitazioni di prodotti giapponesi. Oded Shenkar, che ha studiato a lungo l'industria automobilistica cinese, sostiene che è l'attuale regime a consentire al paese di produrre merci a basso prezzo e commercializzarle rapidamente. Nel prezzo di un'automobile comprata negli Stati Uniti, circa mille dollari servono a coprire i costi di progettazione. Gli imitatori non devono pagare e possono mettere subito i loro prodotti nel mercato. "Dietro quasi tutto quello che viene prodotto in Cina c'è un bassissimo investimento tecnologico", dice Shenkar. "Parte della tecnologia viene trasferita nel paese dalle multinazionali e in un modo o nell'altro riesce ad arrivare ad altri produttori; un'altra parte è semplicemente “presa in prestito”. È una catena. Perché pagare il software per gestire una linea di produzione che è già una copia non autorizzata di tecnologie altrui?". Questa espropriazione tecnologica consente alla Cina di creare le industrie quasi dal nulla. Progettare un nuovo modello di automobile o di motocicletta costa centinaia di migliaia di dollari, ma in Cina ci sono centinaia di industrie che producono veicoli, e molte sono piccole ditte con vendite limitate. "Non si può avviare una fabbrica automobilistica che vende poche migliaia di veicoli all'anno e pagare i 500 milioni di dollari necessari a progettare e realizzare un nuovo modello", dice Shenkar. "In quale altra parte del mondo una società che fabbrica 30mila unità potrebbe competere con una che ne produce un milione?". Paragonare con ottimismo la Cina ad altri paesi che un tempo "prendevano in prestito" e che oggi hanno smesso, non tiene conto dell'ampiezza dei vantaggi che il paese ottiene grazie alle contraffazioni e che al tempo stesso incoraggiano Pechino a proseguire su questa strada. Se non troveranno un sistema per costringere la Cina a cambiare atteggiamento, gli Stati Uniti dovranno cercare altre soluzioni. Ken DeWoskin, professore di studi cinesi all'università del Michigan e consulente della PricewaterhouseCoopers in Cina, sostiene che il paese, come nel caso del Viagra, farà sempre più ricorso a leggi di facciata per la difesa della proprietà intellettuale ma troverà comunque il modo di aggirarle. "Le case farmaceutiche americane saranno danneggiate dall'atteggiamento dei cinesi nei confronti della proprietà intellettuale", dice DeWoskin. "Le regole del gioco stanno già cambiando". Gli americani, dice, pagano i farmaci più di quanto possano permettersi i cittadini di altri paesi, e si tratta di farmaci prodotti negli Stati Uniti. Il risultato è che l'America finanzia sia le industrie nazionali sia il consumo del resto del mondo. È difficile prevedere per quanto tempo i consumatori americani sopporteranno altre forme di un nazionalismo così costoso, ma DeWoskin pensa che l'economia americana dovrà lentamente adottare dei provvedimenti simili a quelli del Giappone per proteggere il suo mercato e le sue industrie.
Le difese giapponesi L'economia giapponese è strutturata in modo da sostenere le industrie nazionali rispetto alle aziende straniere. I consumatori giapponesi, per esempio, normalmente pagano i prodotti nazionali più di quanto gli stranieri paghino quelli giapponesi. Senza rendersene conto gli americani vanno in quella direzione nel settore farmaceutico. Una delle possibili soluzioni invocate dalle industrie più vulnerabili è quella di accelerare il ritmo dell'innovazione e di lanciare i prodotti sul mercato prima che i cinesi possano mettersi al passo. Ma questa soluzione non tiene conto della velocità dei cinesi nel mettere le nuove merci copiate sul mercato. Un'altra possibilità è vendere i prodotti originali a prezzi più bassi. Lo scarso interesse della Cina a difendere la proprietà intellettuale ha già causato quello che anni di pressioni legali e politiche sulle industrie informatiche e farmaceutiche non erano riusciti a fare: ha costretto le società americane a rivedere, e spesso a ridurre, i loro prezzi. I farmaci cinesi e indiani che non rispettano i brevetti occidentali costano molto meno nei paesi più poveri. Di recente la Microsoft ha introdotto versioni più economiche dei suoi programmi nei paesi in via di sviluppo dove i brevetti e i diritti d'autore sono meno rispettati (ma in Cina non l'ha ancora fatto). Un altro sistema per aggirare l'indifferenza cinese nei confronti della proprietà intellettuale è di sfruttare la vitalità del paese. Anche in questo caso i giapponesi hanno aperto la strada. A settembre la Toyota ha sorpreso !'industria automobilistica mondiale annunciando la collaborazione con la società statale cinese First auto works corporation per costruire le automobili a motore ibrido Prius a Jilin, una provincia nordorientale. La Prius è una delle automobili più richieste del mondo. Perché la Toyota ha portato la sua tecnologia più innovativa in Cina dove rischia di essere copiata? La società dice di voler solo fabbricare più macchine per soddisfare le richieste. Ma un consulente gestionale americano, che ha chiesto l'anonimato, mi ha detto che quella della Toyota potrebbe essere una strategia che fa leva sul fatto che i cinesi ruberanno e adatteranno alcune delle sue tecnologie. La componente centrale e forse più costosa dell'auto è la batteria. Negli ultimi anni la Cina ha già sottratto una considerevole fetta del mercato delle piccole batterie ai giapponesi, facendo scendere il prezzo almeno del 40 per cento. Il paese inoltre è uno dei maggiori produttori di motori elettrici. Insomma, la Cina è proprio il posto giusto per far scendere il prezzo della batteria e del motore della Prius, e se questo accadrà la Toyota acquisirà un vantaggio ancora più grande sugli altri produttori di auto che cercano di progettare e produrre i loro ibridi.
UNIONE EUROPEA Articoli sequestrati alle frontiere dell'Unione europea (2003) Cd, dvd, cassette, software 24.586.597 Sigarette 14.990.390 Altri beni 2.523.526 Abbigliamento e accessori 1.892.924 Giochi e giocattoli 1.761.538 Profumi e cosmetici 586.917 Orologi e gioielli 445.607 Materiale elettrico 369.202 Alimentari, alcolici e altre bevande 77.127 Computer 22.013 Totale 50.314.886
Fonte: Unione europea
Lo spostamento della produzione in Cina deciso dalla Toyota potrebbe addirittura trasformare l'industria automobilistica spingendo più rapidamente la gente a comprare automobili a motore ibrido. Forse la Toyota spera di sfruttare la tendenza dei cinesi a copiare per superare le sue concorrenti americane e diventare la prima industria automobilistica del mondo. È pericoloso entrare in società con qualcuno che è anche uno spietato concorrente. Non molto tempo fa il governo cinese ha annunciato che nel 2005 avrebbe sospeso l'acquisto di grandi aerei, sostenendo di voler raffreddare l'entusiasmo produttivo dell'industria aeronautica nazionale. Ma è probabile che la Cina voglia solo offrire alla sua industria aeronautica la possibilità di mettersi al passo con i produttori stranieri come la Boeing. Se così fosse, il gigante americano - che per la sua crescita futura puntava soprattutto sulle vendite in Cina e ha trasferito lì molti impianti - potrebbe perdere miliardi di dollari e ritrovarsi un concorrente in grado di sfruttare la sua tecnologia attuale e di batterIo sui costi. Il mese scorso, intanto, Pechino ha annunciato la prima vendita internazionale di venti aerei passeggeri di medie dimensioni prodotti localmente. - bt
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